mercoledì 1 luglio 2026

Lefebvriani. Uno scisma per salvare la Chiesa?

“Per salvare la Chiesa siamo disposti a tutto”. Lo ha detto don Davide Pagliarani, il superiore della Fraternità San Pio X che, da poche ore, ha quattro nuovi vescovi, consacrati senza l’autorizzazione canonica. I fatti parlano chiaro. Si è voluto forzare la mano in un momento in cui lo stesso Leone XIV aveva cercato di ricomporre la collisione, con parole sagge di autentica paternità e sinceri inviti al dialogo. Eppure abbiamo assistito in tempo reale a un nuovo crack, un nuovo scisma, identico a quello del 1988 occasionato proprio dalla consacrazione non autorizzata di quattro vescovi. Ma che cosa significa salvare la Chiesa? Sono ben note le posizioni della FSSPX a proposito di alcuni principi del Vaticano II (collegialità, ecumenismo, riforma liturgica e libertà religiosa) che sarebbero in contrasto con il magistero di almeno 11 papi precedenti (ma sicuramente anche di più se si estende la lista ai pronunciamenti del XVIII secolo). Quei documenti li conosco bene (ne feci oggetto di una mia tesi di laurea agli inizi del 2000). Ad esempio, Gregorio XVI considerava “un delirio” la libertà religiosa (enciclica Mirari vos del 1832), mentre Pio IX non ammetteva che la Chiesa venisse a patti con la modernità complessivamente intesa come quell’impasto di ideologie sulla laicità dello Stato (Sillabo del 1864). Il problema non è tanto che tali documenti siano strumentalizzati e nemmeno, arrivo a dire, che vengano sventolati come un vessillo della dottrina cattolica. Il vero problema è che vengano considerati come un corpo fossile del magistero ecclesiastico e immodificabili per quanto attiene al loro risvolto squisitamente pastorale. Spesso, i concetti enunciati dal Vaticano II non hanno fatto altro che calare in una nuova realtà storica gli stessi principi dottrinali di sempre (si pensi alla libertà religiosa che, nella dichiarazione del Vaticano II, è tutto meno che una resa davanti all’errore di coscienza). In altri casi, come nel rapporto tra la Chiesa e la modernità, si è semplicemente abbandonata una strategia di evangelizzazione per abbracciarne un’altra più efficace (almeno si spera). È il caso della costituzione Gaudium et spes, che ha riconosciuto consistenza e autonomia alla storia umana (lo stesso Leone XIV ha ribadito tale aspetto, davvero importante perché fondativo dell’opera pastorale contemporanea, nella sua enciclica Magnifica Humanitas ai numeri 20, 21 e 22). Considero quindi le posizioni dei lefebvriani davvero inopportune e, peggio, autolesioniste, in quanto vanno nuovamente a lacerare il tessuto ecclesiale che i papi precedenti, da Benedetto XVI a Francesco, avevano cercato di ricucire con pazienza. La FSSPX conosce un aumento degli iscritti ai seminari e dei suoi membri, numeri (si parla di oltre 700 sacerdoti) che fanno scalpore rispetto alle magre statistiche di molti, venerandi ordini religiosi della Chiesa cattolica. Ma tali numeri non giustificano prove di forza di questo tipo. Nel loro sito internet, i lefebvriani asseriscono totale e assoluta devozione alla dottrina del primato del Papa: “Il papa – così scrivono – è il pastore supremo, al quale spetta di occuparsi della Chiesa universale”. Non sembra proprio una mossa del tutto logica difendere tale principio infischiandosene platealmente delle parole che proprio il Santo Padre ha inviato alla fraternità poco prima delle ordinazioni.