Il Blog di Antonio Marguccio. Per difendere la Santa Chiesa Cattolica e il Papa
martedì 20 agosto 2024
Il cielo, un'abside e... una domanda difficile
Una pista pedonale nuova di zecca mi ha fatto balenare l'idea di una lunga passeggiata, complice anche una luminosa ma fresca mattinata che beneficiava degli acquazzoni post ferragostani di questi giorni. Pantaloncini corti, scarpe da ginnastica, t-shirt e via. Mi sono inoltrato in un percorso che, dal mare, si spingeva in campagna, costeggiando dei grandi eucalipti (quel che ne rimane a causa di un selvaggio disboscamento per motivi di viabilità stradale) e piantagioni di mais i cui fusti erano ormai alti, fogliosi e pronti per la raccolta. Gli spazi campagnoli che si aprivano lungo la strada erano talmente vasti che venivi messo a contatto con l'immensità del cielo, senza barriere artificiali (palazzi, insegne, fabbricati). Un'esperienza che, per chi vive in città, non è così scontata come potrebbe sembrare. Gli ampi panneggi di nuvole, reduci dalla tempesta rimbombante di poche ore prima, facevano riflettere la luce solare in maniera delicata, come da una finestra istoriata. Ma la mia banalissima passeggiata, che poteva essere spunto per pensieri rilassanti e poetici, è stata d'un tratto animata dalla vista, in lontananza, dalla parte retrostante di una chiesetta costruita a inizi Novecento che presenta un piccolo catino absidale, quel quarto di sfera costruito nella parte alta della parete di fondo. D'un tratto, era come se mi rendessi conto per la prima volta di quanto gli spazi costruiti dall'uomo fossero così piccoli rispetto alla natura, ma soprattutto di quanto il loro simbolismo fosse "ripetitivo". Perché mai, infatti, noi esseri umani abbiamo bisogno di replicare su scala ridotta, e in maniera artificiale, questo nostro essere nel mondo? È noto quanto il catino absidale, eredità delle più antiche culture umane, sia diventato elemento tipico degli spazi sacri cristiani per il suo valore di “sfondamento” delle architetture e di celebrazione di un cielo appunto simbolico, “luogo” abitato da Dio. Ma perché, mi domandavo, l'essere umano fa questa cosa? Forse perché egli non riesce a stare pienamente nel mondo senza un passaggio umano di ricodifica culturale della natura stessa, ma forse, e la cosa è ancora più gravida di conseguenze, perché non riesce a vedere spontaneamente nel mondo la presenza di Dio, quella presenza che la Bibbia canta dall'inizio alla fine. Ha scritto il servo di Dio Divo Barsotti in un libro del 1953, Il mistero cristiano e la parola di Dio, libro intensissimo che sto leggendo in questi giorni, che secondo la prospettiva biblica la creazione tutta è rivelazione stessa di Dio. La nostra mentalità tecnico scientifica e precedentemente filosofica ci ha indotti perlopiù a vedere, nel migliore dei casi, Dio nella natura, ma risalendo dalle cause seconde alla Causa prima, cioè come un processo più della ragione che del sentimento. Osservava Barsotti: «La rivelazione cosmica non deve esser concepita quasi una conoscenza razionale che gli uomini hanno di Dio risalendo dagli effetti alla causa. La conoscenza razionale non è una rivelazione. Quando Dio si rivela, non sono gli uomini che faticosamente ascendono a Lui attraverso l'ascesi di una ricerca intellettuale sempre lunga e difficile, ma è Lui che strappa i veli che lo nascondono e immediatamente si mostra presente e vivo nella storia degli uomini e nella vita del mondo. Egli si rivelerà come “Colui che realizza” nella storia del suo popolo. Egli si rivela dapprima come “Colui che crea” nella bellezza e nella vastità dell'universo». E allora questo bisogno di “ricostruire” il creato, di simbolizzarlo nello spazio architettonico, di per sé fattore positivo di bellezza e di accesso alla religiosità (e fortuna che la chiesetta in lontananza aveva questo grazioso catino, se pensiamo a certi esperimenti architettonici di recente moda...), è anche segno di quanto l'essere umano viva una frattura tra sé e la natura e in definitiva tra sé e Dio. Frattura che vediamo, purtroppo, acuirsi in maniera sempre più clamorosa, nel disfacimento del pianeta stesso a causa del selvaggio abuso di risorse e animali. Frattura che l'uomo non potrà mai sanare con le proprie forze, ma solo grazie a Cristo, la nuova trasparenza di Dio nel mondo, la vera e definitiva rivelazione del suo essere in un mondo ferito e restaurato con l'amore divino.