domenica 5 giugno 2011

Benedetto XVI: un discorso “cattolico” al Teatro Nazionale di Zagabria



Nel suo discorso al Teatro Nazionale di Zagabria Benedetto XVI ha condensato gran parte del senso del suo viaggio. E ha ribadito, nel linguaggio sapiente e diretto che gli è solito, anche le sfide che attendono la Chiesa nel contesto europeo. Superando quindi la sintesi pura e semplice dell’insegnamento magisteriale, vorrei sottolineare alcune istanze problematiche sulle quali il Pontefice ha investito tutta la sua autorità e la finezza del ragionamento, al rischio di sacrificare per esigenze di brevità giornalistica un discorso come sempre polisemico.

 Il tema fondamentale che riunisce tutti gli altri è quello della “cattolicità”. Benedetto XVI, in un’epoca di esplosione individualistica dei rapporti personali e di una globalizzazione che appare spesso come violenta omologazione della tecnocrazia occidentale, ribadisce che la sintesi delle diversità è il cuore del cristianesimo. “Cristo è pienamente uomo, e tutto ciò che è umano trova in Lui e nella sua Parola pienezza di vita e di significato”. Dunque, solo nell’umanità di Cristo e nella conseguente universalità della Chiesa che riconduce a Cristo, gli uomini di ogni latitudine troveranno la risposta alle loro esigenze più umane e nascoste. Ed è questa la prospettiva antropologica dell’incarnazione e al tempo stesso l’idea di Chiesa come faro di verità sull’uomo. In chiave europea, ciò si traduce nella cosiddetta Europa dello Spirito (cara a Giovanni Paolo II), l’Europa polifonica che canta in diverse lingue l’unico canto di amore al Vangelo. È in effetti uno sviluppo del Magistero in piena coerenza con l’immagine delle radici cristiane più volte adottata nella seconda metà del Novecento dai Papi.  Secondo tema: l’incontro di fede e ragione, entrambe bisognose l’una dell’altra. Il Papa sottolinea che “le religioni devono sempre purificarsi” per rispondere alla loro vocazione di pace, giustizia, verità. Sul piano della ragione, l’incontro con il piano ultraterreno significa dare un fondamento etico alla libertà di coscienza. Ovvero (e scusate il gioco di parole): liberare la libertà da se stessa e far sì che parole come diritti umani e libertà di scienza non si traducano in contenitori senza senso o in spinte libertarie che ne rovesciano l’essenza. La posta in gioco è talmente alta che Papa Benedetto afferma: “Se la coscienza, secondo il prevalente pensiero moderno, viene ridotta all’ambito del soggettivo, in cui si relegano la ragione e la morale, la crisi dell’occidente non ha rimedio e l’Europa è destinata all’involuzione”. Terzo tema, strettamente connesso: la rilevanza sociale del dato religioso e l’azione intrinsecamente globalizzante, riepilogativa del fisico e del metafisico, dei credenti in Cristo. A riprova di questo egli addita il gesuita e scienziato croato Josip Boskovic, vissuto nel Settecento, che seppe riunire la fede e la scienza “per una ricerca al tempo stesso aperta, diversificata e capace di sintesi”. Di qui l’invito alla ricerca di unità tra le diverse branche del sapere e il rilancio del concetto di “Università” in senso veramente cristiano. Infine: la logica della gratuità e del dono. Messaggio controcorrente e profetico, il Papa richiama la dimensione dell’amore che fuoriesce persino dal contenitore della giustizia, proponendo una società aperta all’ideale umanizzante e universale del bene comune. Questo, afferma, è anche un valido antidoto contro la visione di una polis “falsamente neutra”, laddove la sedicente laicità, aggiungiamo noi, è solo la maschera di una visione individualistica, atomizzata dei rapporti interpersonali, con esiti drammatici per la convivenza civile e la dignità dell’essere umano.