lunedì 18 gennaio 2010

Il Papa in Sinagoga: “Possiamo compiere passi insieme”



Terminata la visita del Papa alla Sinagoga di Roma, le polemiche e i dubbi che l'avevano preceduta sono crollati come un castello di carta. L'incontro con una delle più antiche comunità della diaspora, infatti, è avvenuto all'insegna dell'amicizia reciproca e della volontà di proseguire un dialogo mai venuto meno durante questo pontificato.
Come ogni dialogo che si rispetti, non è mancato ieri un botta e risposta tra chi ricordava come “il silenzio di Pio XII di fronte alla Shoah, duole ancora come un atto mancato”, e il Papa che ha precisato come “la Sede Apostolica svolse un’azione di soccorso, spesso nascosta e discreta”, riconoscendo al tempo stesso che “molti rimasero indifferenti, ma molti, anche fra i Cattolici italiani, sostenuti dalla fede e dall’insegnamento cristiano, reagirono con coraggio, aprendo le braccia per soccorrere gli Ebrei braccati e fuggiaschi”. Ma la querelle su Pio XII non tocca il cuore dei rapporti tra cristiani ed ebrei di oggi. Lo dimostra il tono dei discorsi che si sono avvicendati nel tempio maggiore dell'ebraismo romano, tutti concordi nel guardare al futuro e nel proseguire sulla strada tracciata dalla dichiarazione conciliare Nostra Aetate e dal pontificato carismatico di Papa Wojtyla (la visita del 1986 e la preghiera al Muro del Pianto in particolare).  “Anche io, in questi anni di Pontificato – ha affermato Benedetto XVI –, ho voluto mostrare la mia vicinanza e il mio affetto verso il popolo dell’Alleanza”. Come documenta un articolo dell'Osservatore Romano uscito a ridosso della visita, l'esperienza pastorale di Joseph Ratzinger, come teologo, come Vescovo e come Papa, è profondamente orientata ad avvicinare ebrei e cristiani. Appena eletto, il nuovo pontefice volle ricordare il provvidenziale alternarsi di un Papa tedesco ad uno polacco, quasi a chiudere simbolicamente un cammino di riconciliazione. E nel suo discorso alla Sinagoga ha ricordato ancora le “guerre sanguinose che hanno seminato distruzione, morte e dolore come mai era avvenuto prima; ideologie terribili che hanno avuto alla loro radice l’idolatria dell’uomo, della razza, dello stato e che hanno portato ancora una volta il fratello ad uccidere il fratello”. Queste idolatrie, che oggi si riaffacciano sul mondo sotto altre apparenze, devono spingere ebrei e cristiani ad una salda collaborazione in virtù del Decalogo, il “grande codice etico” che li unisce. Le Dieci Parole, spiega infatti il Papa, “gettano luce sul bene e il male, sul vero e il falso, sul giusto e l’ingiusto, anche secondo i criteri della coscienza retta di ogni persona umana”. Benedetto XVI indica alcuni campi fondamentali di questa sinergia: la testimonianza di Dio e del trascendente in un mondo in cui “sono stati fabbricati così altri e nuovi dei a cui l’uomo si inchina”; il rispetto della vita e dei diritti umani fondamentali laddove essi vengono misconosciuti o calpestati; la “santità della famiglia”, cellula della società; infine e soprattutto, il comandamento dell'amore, con un'opzione prioritaria “verso i poveri, le donne, i bambini, gli stranieri, i malati, i deboli, i bisognosi”. Trasportato sul piano della testimonianza, il dialogo tra ebrei e cristiani assume così una dimensione attualizzante, che guarda al comune patrimonio spirituale senza peraltro dimenticare le differenze. “In questa direzione – conclude il Papa – possiamo compiere passi insieme, consapevoli delle differenze che vi sono tra noi, ma anche del fatto che se riusciremo ad unire i nostri cuori e le nostre mani per rispondere alla chiamata del Signore, la sua luce si farà più vicina per illuminare tutti i popoli della terra”.